13/12/2020

Felice di essere pecora

Felice di essere pecora

Il Dio Onnipotente non ha scelto di descrivere la Sua Chiesa con potenti animali ma come un gregge di pecore, uno degli animali più indifesi che ci siano; per se stessa, la pecora non ha nessun tipo di difesa ma la sua vita dipende completamente dal pastore che le governa.

Purtroppo, possiamo avere l’idea che dopo essere salvati diventiamo dei forti guerrieri, magari con una carriera spirituale davanti a noi. Non vogliamo rimanere una semplice pecorella ma desideriamo avere dei titoli. Nella Chiesa c’è una gerarchia ma è fatta al contrario: più ci avviciniamo al Signore, più sentiamo il bisogno di umiliarci e di servire il corpo di Cristo. È anche vero che c’è una battaglia, ma la battaglia più grande si svolge nel nostro cuore, contro noi stessi, il nostro orgoglio. Perciò è di gran lunga più importante sapere come Dio ci vede più di come possiamo vedere noi la nostra identità (1 Pietro 2:25).

In Giovanni 10:1-5 e in Giovanni 10:14-15, leggiamo di un’appartenenza basata sul prezzo che il Signore ha pagato sulla croce. Egli ci conosce per nome, per chi siamo veramente in profondità; è una conoscenza perfetta. In questi versi, viene descritto il quadro di un’intimità gloriosa; non solo Gesù ci conosce perfettamente, ma anche noi siamo chiamati a conoscerlo profondamente per distinguere la Sua voce in mezzo a tante altre.

La consapevolezza di essere una pecora ci spinge a stare più vicino al nostro Pastore, perché la pecora non può fare altrimenti se non affidare la sua vita interamente al pastore. La nostra forza è stare uniti a Dio, non a un titolo.
Se il Signore ci vede pecora non fingiamo di essere qualcos’altro perché a questo siamo chiamati, quindi posso dire con gioia: “Sono felice di essere pecora perché così il Signore mi ha formato, mi ha plasmato, mi ha voluto affinché la mia vita fosse costantemente stretta alla Sua”.